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di Laura Inghirami
29 ottobre 2021

Greta Garbo sul set del film Mata Hari, 1931
Un secolo fa, durante gli anni Venti del Novecento, la nostra società viveva un momento di sfrenata euforia, i cosiddetti anni ruggenti: tale espressione incarna alla perfezione lo spirito di quel tempo. Il primo conflitto mondiale era finito e il desiderio di rivalsa sulle sofferenze causate dalla guerra portava con sé un incontenibile desiderio di rinascita e una forte spinta alla vita e ai suoi piaceri. La gioia sovrastava finalmente la paura e la creatività sembrava brillare più che mai. Tra avanguardie artistiche (come cubismo, surrealismo ed espressionismo), moda, cinema, musica jazz e charleston, nel primo dopoguerra la cultura rifiorì all’insegna di vivacità e follia.
Il sempre più diffuso desiderio di progresso e di modernità, intesa come “sdoganamento dal passato e superamento delle frivolezze”, come scrive Alba Cappellieri nel libro Gioielli, dall’Art Nouveau al 3D Printing, si tradusse in un nuovo movimento che influenzò l’intera produzione artistica dell’epoca, dall’architettura alla moda e all’oreficeria: l’Art Déco. Questo movimento si caratterizzava per lo stile sobrio, elegante, geometrico, alquanto distante dall’opulenza della Belle Époque. Nel 1925, a Parigi, si tenne l’Esposizione Internazionale di Arti decorative e industriali moderne: questa data sancì la piena maturità dell’Art Déco, il cui nome rimanda appunto a questo evento. Parteciparono artisti e gioiellieri di fama internazionale tra i quali Van Cleef & Arpels, Cartier, Boucheron, Chaumet, René Lalique, Vever e Fouquet.

Vanity case Rose, 1926. Platino, oro giallo, giada, smalto, rubini, zaffiri gialli, smeraldi e diamanti. Collezione Van Cleef & Arpels
L’universo dei gioielli realizzati dai maestri dell’Art Déco si componeva di creazioni sofisticate dai forti contrasti cromatici, in particolare contrapponendo colori come il rosso, il bianco e il nero. Il mito della natura e della sua sinuosità era stato sostituito dall’industrializzazione attraverso le forme rigide e artificiali della città e dei grattacieli: l’ispirazione al mondo animale e vegetale che aveva precedentemente caratterizzato l’Art Nouveau permase, ma assunse forme più severe e geometriche. Un esempio è il bracciale Rose di Van Cleef & Arpels che al grande evento del 1925 vinse il Grand Prix. Il gioiello in platino, decorato da rose in rubini, smeraldi, onice, diamanti gialli e bianchi, testimonia il gusto per la linearità e simmetria di quel tempo, seppure il motivo floreale sia solo sottilmente stilizzato. A questo bracciale la Maison si ispirò per la realizzazione dell’omonimo Vanity case in platino, oro giallo, giada, smalto, rubini, zaffiri gialli, smeraldi e diamanti.

Bracciale Rose, 1924. Platino, rubini, smeraldi, onice, diamanti gialli e bianchi. Collezione Van Cleef & Arpels
Un’altra forte ispirazione in quel periodo arrivava dall’immaginario esotico. Nel 1922 la scoperta della tomba di Tutankhamon diede il via in Europa a una sempre crescente passione per l’arte egizia, che venne riprodotta dall’oreficeria tramite l’utilizzo di simboli quali scarabei, divinità e sfingi e la realizzazione di bracciali alti e rigidi di grandi dimensioni e collier ispirati ai pettorali egizi. Oltre a quella egiziana, anche l’arte africana fu di grande interesse e influenzò i volumi e le forme del gioiello dell’Art Déco, oltre al fascino e alle contaminazioni artistiche orientali provenienti da Giappone, Cina e India.

Coco Chanel
Le coloratissime pietre preziose esprimevano il forte amore per il lusso di quegli anni e, allo stesso tempo, la bigiotteria riuscì a conquistare il gusto dell’epoca. La preziosità del gioiello non era infatti necessariamente determinata dal pregio dei materiali con cui era realizzato. Al contrario, erano l’idea e la creatività dell’artista a conferire valore al monile. Anche lo stile personale giocava un ruolo fondamentale: il gioiello assumeva un valore differente in base a chi lo indossava. Si affermarono in quel periodo i gioielli fantasia, tanto apprezzati dall’élite dell’epoca e amati da due grandi donne rivoluzionarie, Elsa Schiaparelli e Coco Chanel, che attraverso bijoux estrosi e originali conferivano una forte personalità ai loro abiti.
Tra le tipologie di gioielli più in voga all’epoca troviamo il bracelet lanière, un bracciale semirigido a nastro, solitamente indossato insieme ad un gran numero di altri bracciali dello stesso tipo; gli orecchini pendenti fino alle spalle che adornavano le donne con meravigliose cascate di luce; le collarette e i sautoirs. Questi ultimi erano collane con pendente (spesso un ciondolo a forma di nappa o una perla), tanto lunghe da superare la vita, che si diffusero assieme al charleston. I sautoirs erano perfetti per valorizzare le scollature sulla schiena, tanto amate negli abiti degli anni Venti, e potevano essere avvolti su sé stessi ed essere indossati anche come bracciali, o come cinture o per adornare i capelli.
Il progresso della moda e della gioielleria degli anni Venti esprimeva i profondi mutamenti culturali di quel tempo, in una società sempre più dinamica e moderna. E rappresentava una nuova femminilità: si rivolgeva a una donna forte, capace di lottare e far ascoltare la propria voce, sempre più vicina alla libertà e all’indipendenza. E forse è proprio per questo che lo stile Art Déco è ancora tanto amato e ricompare spesso nelle creazioni contemporanee. Perché ha aperto le porte al futuro. Ad una nuova era. Da vivere adesso.
Foto in evidenza: Collerette, 1929. Platino, smeraldi, diamanti. Collezione Van Cleef & Arpels. © Patrick Gries

Locandina di Turandot, 1926. Teatro alla Scala di Milano

Collerette, 1928. Platino, diamanti. Collezione Van Cleef & Arpels. © Patrick Gries





