Il Museo del Gioiello di Vicenza dedica la nuova mostra temporanea al rapporto tra gioiello, teatro e lirica. “Dive e Gioielli in Scena. Corbella per Renata Tebaldi, Maria Callas e le interpreti della lirica”, curata da Paola Venturelli, riporta l’attenzione su un capitolo affascinante e meno raccontato della tradizione orafa italiana: il gioiello di scena.
Al centro del percorso è la storica ditta Corbella di Milano, fondata nel 1865 come “Prima Fabbrica Italiana di Gioielli ed Armi per il Teatro”. La sua storia nasce da un legame diretto, quasi domestico, con il Teatro alla Scala. Angelo Corbella si trasferì infatti a Milano, dove lavorò come custode del teatro e visse al suo interno con la moglie Serafina Saibene e i tre figli, Orsola, Achille e Napoleone. Proprio Achille e Napoleone avrebbero poi dato vita a una delle più singolari avventure artigianali italiane legate al palcoscenico.
Già nel 1873 Corbella figura tra i fornitori ufficiali del Teatro alla Scala. Da Milano, la ditta arrivò poi a collaborare con alcuni dei più importanti teatri del mondo, dalla Fenice di Venezia al Costanzi di Roma fino al Colón di Buenos Aires. Per oltre un secolo produsse armi, gioielli e accessori di scena, accompagnando l’evoluzione del teatro d’opera e contribuendo alla costruzione visiva dei suoi personaggi. Nel 2007 la sede italiana chiuse definitivamente, completando un ciclo iniziato più di un secolo prima. L’attività proseguì tuttavia nelle sedi di Hong Kong e Yiwu fino al 2013, quando la ditta chiuse definitivamente i battenti.

La manifattura Corbella lavorava per il palcoscenico, più che per il gioiello inteso in senso tradizionale. Le sue creazioni non erano pensate per la preziosità materica, ma per la resa scenica: la luce, il movimento, la distanza, il dialogo con il costume e la capacità di amplificare la presenza dell’interprete. Metallo dorato, filigrane, paste vitree, strass e materiali di fantasia venivano trasformati in ornamenti e monili di grande impatto visivo.
Il periodo più felice della ditta si colloca tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento, quando la sintonia con i costumi di Caramba, dal 1921 direttore artistico del Teatro alla Scala, diede vita a una stagione irripetibile. Per cinque generazioni, il laboratorio Corbella contribuì a costruire l’immaginario visivo del melodramma, impreziosendo costumi destinati ai palchi del San Carlo di Napoli, del Regio di Torino, dell’Opera di Barcellona, dell’Opera di Londra e di molte altre istituzioni teatrali.
La mostra riunisce diademi, corone, collane, guarnizioni e ornamenti per costumi legati ad alcune delle più celebri interpreti della lirica del Novecento. Accanto a Renata Tebaldi, la “voce d’angelo”, e a Maria Callas, la “Divina”, compaiono Rosetta Pampanini, Margherita Carosio e Giulietta Simionato. Attraverso questi oggetti si ricostruisce un universo in cui il gioiello non era semplice accessorio, ma parte integrante della costruzione del personaggio e dell’identità scenica della diva.

Tra i gioielli più significativi figurano una collana policroma in stile egizio appartenuta a Maria Callas, un diadema per Fedora, il copricapo per Leila dei Pescatori di Perle, un reggiseno gioiello forse ispirato al fascino esotico di Mata Hari e alcuni spilloni per capelli realizzati per Madama Butterfly. Particolarmente importante è la corona con elementi en tremblant legata a Turandot, messa in scena per la prima volta alla Scala il 25 aprile 1926, di cui quest’anno ricorre il centenario. Indossata in quell’occasione dal soprano Rosa Raisi, la corona è divenuta uno degli emblemi visivi dell’opera pucciniana.
Il percorso è arricchito da due documenti provenienti dall’Archivio Storico “Tullio Serafin”: una partitura originale di Turandot e una lettera autografa di Maria Callas del 1967 indirizzata al Maestro Serafin. La partitura esposta è quella utilizzata da Serafin per l’interpretazione di Callas durante la registrazione al Teatro alla Scala nel 1957, aggiungendo alla mostra un ulteriore livello di memoria musicale e teatrale.
Non meno significativo è il dialogo con Rubelli, storica azienda veneziana fondata nel 1858. Due tessuti raccontano due luoghi simbolo della lirica italiana: il lampasso avorio e oro realizzato per le Sale Apollinee del Teatro La Fenice, chiamato “Traviata” in occasione della riapertura del 2003, e il damasco rosso creato per i palchi del Teatro alla Scala.
La mostra è visitabile fino al 30 settembre 2026 presso il Museo del Gioiello di Vicenza, all’interno della Basilica Palladiana, in Piazza dei Signori 44.
Laura Astrologo Porché @journaldesbijoux






